L’udienza telematica: illusione o innovazione?

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Nel corso delle ultime settimane il principale argomento di discussione per gli operatori del diritto è stata l’introduzione, in via emergenziale, dell’udienza da remoto (o udienza telematica). Questa soluzione, nata come soluzione emergenziale per lo svolgimento di udienze urgenti, ha iniziato a suscitare polemiche nel momento in cui qualcuno ha iniziato a proporne l’uso anche quando l’emergenza COVID-19 sarà terminata.

Apriti cielo! Sui social si sono formate due fazioni opposte che nemmeno nel Trono di Spade: da una parte gli avvocati possibilisti, quelli che dicono sì all’udienza telematica ma con una precisa e minuziosa disciplina che preservi i diritti garantiti costituzionalmente, e dall’altra gli avvocati puristi, prevalentemente penalisti e che rifiutano radicalmente il mantenimento dell’udienza telematica accampando varie argomentazioni.

Chi mi conosce sa che io faccio appartengo alla schiera dei possibilisti e l’ho pure dichiarato apertamente in un mio post su Facebook al quale sono seguiti numerosi commenti e di ogni segno. In quel post ho segnalato le critiche all’udienza telematica che fino a quel momento sentivo ripetere spesso e cioè:

  1. soppressione del principio di oralità del processo (penale);
  2. udienze “disturbate” da inconvenienti tecnici come le disconnessioni.

Ieri, poi, ho letto l’articolo che Gian Domenico Caiazza – presidente dell’Unione Camere Penali Italiane – ha scritto per Il Riformista e finalmente ho potuto leggere una critica ben motivata, strutturata nella sua radicale opposizione allo svolgimento per via telematica delle udienze penali. Ho riflettuto a lungo su quest’articolo e ho provato a ragionare sullo scritto mettendo da parte il mio bias da avvocato civilista, giungendo alla conclusione che quelle critiche hanno un fondamento e potrebbero persino essere condivisibili sotto certi aspetti.