Il PCT che non abbiamo.

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Qualcuno potrebbe chiedermi perché siamo così ridotti, soprattutto se mettiamo a confronto l’infrastruttura del nostro PCT (pesantemente basato sull’invio di e-mail certificate) con gli sviluppi delle ricerche nel campo del riconoscimento facciale via Web. Non è possibile dare una risposta semplice al quesito ma di certo vi è che – come ha puntualizzato Alberto Pianon in un suo articolo pubblicato giusto ieri su MySolutionPost – i tecnici ministeriali hanno avuto qualcosa come otto anni per mettere a punto l’infrastruttura telematica per l’innovazione del processo civile  e anziché aggiornare il sistema al passo con la naturale evoluzione delle tecnologie informatiche, hanno preferito restare ancorati a ciò che nel 2001, epoca del primo intervento normativo in materia, poteva essere considerato come lo stato dell’arte nel campo delle comunicazioni telematiche.

Ma sì, tanto “gli avvocati mica sapranno caricare file per mezzo di un’interfaccia web” oppure “mica gli avvocati capiranno la differenza tra le tecnologie a disposizione: offriamo loro quella maggiormente a prova di stupido“. “Zio Giulio” sosteneva che “a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca“. Beh, francamente che qualcuno fra i tecnici del ministero almeno una volta avrà espresso un concetto come quelli appena esemplificati. Tuttavia costui non ha tenuto nella dovuta considerazione che, mentre loro cercavano di rendere utilizzabile (senza riuscirci) un sistema informatico davvero rozzo, nello stesso arco di tempo si è formata una generazione di giuristi telematici che – purtroppo per loro – “capisc ‘è Internette” (vedi sotto) e vede quanto assurdo (o “vogoniano”) sia il PCT per come ce l’hanno sottoposto e imposto.

Utopia? Forse. Tanto io mica sono un tecnico informatico ma semplicemente un avvocato, quindi, non sono in grado di ipotizzare un PCT migliore (secondo la logica del tecnico ministeriale medio).

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