La successione digitale. Mera teoria o problema reale?

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Volenti o nolenti, la nostra vita è incredibilmente digitale. Non ce ne accorgiamo ma gran parte di ciò che facciamo quotidianamente parte dall’uso di un software e si traduce in un effetto fisico e reale; altre volte, invece, compiamo un’azione fisica che nel giro di poco diventa un effetto metafisico e virtuale (con ulteriori eventuali ricadute in tempi successivi nel mondo reale). Non possediamo più solo un’identità fisica ma possediamo un’identità digitale che si muove in un mondo che produce conseguenze per la nostra identità materiale, dunque è necessario che, così come è data alla persona (intesa solo come entità fisica) la possibilità di disporre le proprie volontà per quando non sarà più, oggi appare opportuno pensare anche a cosa potrebbe esserne di quel bagaglio di dati, informazioni e documenti che manteniamo online.

Le decine di servizi online che utilizziamo consentono l’accesso solo dopo aver immesso delle credenziali d’accesso che, quasi nella totalità dei casi, è nota solo a noi. Difficilmente condivideremo le credenziali del servizio di home banking o quelle per l’accesso al cassetto fiscale presso il sito dell’Agenzia delle Entrate. Chiunque ha a cuore la tutela della riservatezza di queste informazioni ma arriverà un momento (il più tardi possibile, vi auguro) nel quale queste informazioni dovranno essere rese note ai vostri legittimi discendenti o ascendenti.

Google Inactive Account Manager

Google Inactive Account Manager

L’ordinamento italiano (prevedibilmente) non si cura minimamente della successione digitale e all’estero la situazione non è migliore: negli USA solo pochi stati della confederazione hanno adottato norme specifiche mentre Google, con un motu proprio dell’aprile 2013, consente di creare una sorta di testamento digitale e di decidere cosa fare del proprio account quando non si sarà effettuato l’accesso all’account per un certo periodo. Trascorso tale periodo, l’account verrà classificato come “inattivo” e Google eseguirà le “disposizioni” (ossia la configurazione effettuata dal proprietario dell’account), procedendo alla cancellazione definitiva del materiale legato all’account o trasmettendolo alle persone che il “testatore” avrà avuto modo di indicare.

Se tutti i servizi online moderni offrissero una possibilità del genere, non sarebbe necessario perdere il tempo a discutere di queste cose.

Bisogna chiedersi quale sia il valore legale delle azioni eseguite da Google in risposta alla configurazione effettuata dall’utente. Quando trascorre il tempo impostato dall’utente senza che questi vi acceda nuovamente, Google si comporta come un vero e proprio esecutore testamentario, avvisando fino a 10 contatti dell’inattività dell’account, esplicitando la volontà del proprietario dell’account ormai inattivo. A quel punto a Google non resta che eseguire le impostazioni: se l’utente inattivo lo ha previsto, Google condividere i dati e i contenuti dell’account con i max 10 “contatti fidati” che il testatore avrà indicato in sede di attivazione del servizio; al contrario, se il testatore non vuole che i suoi dati siano trasmessi ad altri, Google può eliminare completamente i contenuti.

Qui sorge un problema di non poco conto: supponiamo che esista un coniuge superstite al titolare dell’account. Il nostro ordinamento prevede che all’apertura della successione sia riservata ex lege una quota del patrimonio agli eredi legittimi (definiti legittimari: coniuge superstite e/o eventuali figli e/o eventuali ascendenti in mancanza di discendenti e/o fratelli in mancanza di ascendenti e discendenti, eccetera). Come ci si dovrà comportare per gli eventuali introiti derivanti dall’uso di Google AdSense? In certi casi si tratta di un vero e proprio reddito soggetto a tassazione e, pertanto, sembrerebbe logico far ricadere i pagamenti di AdSense nel patrimonio dei beni del testatore. Or bene, supponiamo che:

  1. il testatore abbia canalizzato (da lungo tempo) i proventi di AdSense su un conto corrente online del quale il coniuge (o gli altri legittimari) non fosse a conoscenza;
  2. il testatore abbia configurato il proprio account senza indicare contatti fidati (nemmeno il coniuge) e chiedendo la cancellazione definitiva dell’account.

Il de cuius, quindi, lascia la vita terrena e dopo (almeno 3 mesi), il suo account viene eliminato per sempre, riuscendo perfettamente ad impedire che i suoi eredi possano accedere ad una porzione del patrimonio suscettibile di trasmissione ereditaria; se mai venissero a conoscenza di quel conto “privato”, gli eredi che volessero accedere a quelle somme sarebbero obbligate a salti mortali, trafile burocratiche e spese che, ipoteticamente, potrebbero persino convincere a desistere.

Per quanto si tratti di un ipotesi scolastica, il problema è reale poiché sembra che Google non preveda una forma di opposizione all’esecuzione delle “ultime volontà digitali” da parte di terzi (a prescindere che il terzo interessato sia annoverato fra i 10 contatti fidati o meno); pertanto nessuno, ammesso che sappia della scelta fatta dal de cuius, potrà opporsi a che Google non proceda con quanto programmato, salvo l’attivazione delle classiche vie legali.

 

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