Italia indietro con il digitale? Colpa della scarsa alfabetizzazione!

Ogni anno la Commissione Europea stila un indice dell’economia e della società digitale (DESI – Digital Economy and Society Index) che ha il compito di informare circa lo stato di adozione delle tecnologie digitali presso i Paesi membri dell’Unione Europea. Spiace dirlo ma l’Italia non se la passa bene: facendo la somma di tutti gli indicatori considerati per la ricerca, ci poniamo allegramente al quart’ultimo posto davanti a Grecia (terz’ultima), Bulgaria (penultima) e Romania (ultima). Un risultato allarmante per uno Stato che è passato dall’essere tra i fondatori dell’Unione Europea, al diventare una potenza industriale e, infine, al precipitare in fondo ad ogni indicatore socio-economico in compagnia di Stati che mai hanno brillato in campo economico, politico e industriale.

Tuttavia non sono qui per iniziare il solito discorso del tipo “colpa di quei ladroni che ci hanno governato e ci governano tutt’ora“: la gestione politica del Paese ha le sue indiscutibili responsabilità e identiche responsabilità hanno quei big players industriali che hanno approfittato per anni di posizioni dominanti mettendo i bastoni fra le ruote dei concorrenti apparsi alla fine dei vari monopoli, però anche la popolazione italiana ha le sue colpe ed è di queste che andrò a discutere.

L’Italia e il digitale all’alba del 2017…

Basta snocciolare i dati forniti in modo interattivo nelle pagine del DESI. Inizialmente vediamo che l’indice considera cinque macroaree:

  1. Connettività;
  2. Capitale umano;
  3. Uso di Internet;
  4. Integrazione delle tecnologie digitali;
  5. Servizi pubblici digitali.

Inutile prenderla alla larga: andiamo male in quasi tutte le aree ma in alcune sottocategorie dovremmo realmente fermarci a riflettere e chiedere da cosa dipenda il disastro digitale italiano.

La macro-area della connettività prende in considerazione la diffusione delle connessioni fisse a banda larga e ultra larga, il loro costo e la loro convenienza economica, l’adozione delle connessioni veloci mobili, il 4G e roba simile. I dati da esaminare sono davvero tanti ma il loro esame pone in luce alcuni dettagli:

  • Siamo quasi in media europea per copertura e adozione della banda larga mobile: abbiamo molti utenti di connessioni mobili e il 4G è abbondantemente diffuso;
  • Sebbene vi sia una vasta copertura della banda larga fissa, abbiamo pochissime sottoscrizioni. Strano? No, perché il DESI considera “banda larga” le connessioni fra 12 e 30 MBps mentre in Italia sono più diffuse connessioni ADSL fra 7 e 12 MBps (e spesso si va più veloci solo pagando un sovrapprezzo, vero TIM?);
  • Basso tasso di adozione di connessioni da 30 MBps o più, nonostante l’amplissima copertura. Strano? No, nemmeno questo dato è strano: le politiche commerciali degli operatori italiani non hanno mai consentito all’utente domestico di accedere a soluzioni come la DSL simmetrica, VDSL o VDSL2;
  • la convenienza economica della banda larga fissa (sempre fra 12 e 20 Mbps) è ben sopra la media europea.

In buona sostanza: abbiamo la possibilità di fruire di connessioni fisse veloci ma non lo facciamo perché preferiamo sfruttare quelle mobili, utilizzabili con smartphone e tablet – e non potrebbe essere diversamente data l’enorme diffusione di tali dispositivi. Questo dato, però, ancora ci dice ben poco quindi andiamo avanti.

La voce “Capitale umano” raccoglie informazioni circa il tipo di utenza delle tecnologie digitali. Scopriamo, quindi che…

Qui inizia a far capolino il problema di fondo: la scarsa alfabetizzazione informatica della popolazione italiana. Sono ancora i dati DESI a darcene conferma: lettura di notizie, fruizione di contenuti digitali, home banking, acquisti online e presenza online di piccole medie imprese, tutte attività per cui l’Italia risulta sempre sotto la media europea. Nemmeno l’uso dei servizi pubblici digitali risulta particolarmente brillante ma in questo caso dovremmo estendere il discorso alle carenze strutturali delle pubbliche amministrazioni le quali, a loro volta, derivano pur sempre dall’atavica incomprensione italica delle tecnologie informatiche.

In Italia siamo analfabeti informatici? Non tutti ma una buona parte della popolazione lo è e ciò è accaduto perché quella parte della popolazione è stata letteralmente travolta da una serie di rivoluzioni tecnologiche che non sono state metabolizzate correttamente; nell’arco di pochi anni abbiamo registrato, nell’ordine, il Web partecipativo (o Web 2.0), i social network, lo smartphone. Tutto ciò ha fatto sì che i più anziani venissero allontanati dall’informatica – un mondo al quale già si approcciavano con difficoltà – mentre i più giovani si sono ritrovati in mano alcuni strumenti che hanno imparato ad usare meccanicamente attraverso una serie di operazioni ripetute all’infinito, sempre identiche, mai diverse, e senza che questi si pongano domande circa il funzionamento di quegli stessi strumenti. Se qualcuno pensa che i più giovani dovrebbero essere avvantaggiati nell’uso delle tecnologie informatiche, commette un grosso errore poiché, come accennato, i millennials si caratterizzano per il loro uso meccanicistico delle tecnologie digitali quindi, quando si ritrovano fuori dai loro schemi mentali, l’apprendimento dell’uso di nuove piattaforme o di nuovi servizi digitali risulta più lento per loro anziché per un adulto di appartenente ad una fascia d’età superiore. La prova? I videogiochi. Un tempo i videogame ti costringevano a ragionare sempre, foss’anche il dover imparare uno schema d’attacco di Space Invanders o il memorizzare le migliori strategie nei giochi di guerra; oggi, invece, concepiti soprattutto per i dispositivi mobili, i videogames sono stati ultrasemplificati e spesso l’unica azione richiesta al giocatore è un tocco dello schermo ripetuto all’infinito.

Non voglio demonizzare i millennials o gli anziani, per carità, ma entrambe le categorie si approcciano in modi diametralmente opposti all’informatica e, pertanto, ciascuna delle due categorie meriterebbe d’essere aiutata a conoscere meglio le moderne tecnologie in modi – appunto – diametralmente opposti.

Qui s’impunta il carro. Nel nostro paese i formatori non mancano e, forse, sono pure troppi. Quelli veramente bravi sono pochi e li riconosci perché spiegano le tecnologie digitali con parole semplicissime, come se l’argomento andasse spiegato ad un bambino di pochi anni – per citare un esempio, Marco Camisani Calzolari è davvero maestro in questo settore; purtroppo, però, c’è una folta schiera di  sedicenti formatori che si mette in bocca la parola “digitale” e inonda il web di video, scritti e e-book che dovrebbero essere formativi, mentre altro non è che fuffa mischiata col nulla.

I formatori-fuffologi cavalcano l’errore che le nostre istituzioni commettono in maniera ricorrente in tema di digitale ossia pensare che il saper maneggiare uno smartphone basti per padroneggiare le tecnologie digitali applicate alla vita quotidiana. Vi è uno scollamento dalla realtà da parte di chi avrebbe dovuto dapprima insegnare l’informatica agl’italiani. Gli esempi in senso negativo sono reperibili ovunque e quotidianamente. Personalmente soffro quando vedo decine di giovani che ammazzano il tempo scorrendo Facebook sullo smartphone mentre fanno la fila alle Poste con il numerino cartaceo nell’altra mano; a quel punto mi domando se siano a conoscenza della possibilità di saltare la fila prenotando un ticket dall’app di Poste Italiane o se si tratti, piuttosto, di scarsa cultura informatica che non induce a scaricare un’app utile in più. La stessa domanda me la pongo quando vedo che c’è ancora gente che fa la fila allo sportello dell’anagrafe del municipio di Reggio Calabria per un certificato di residenza mentre il Comune, ormai da due anni, offre un portale web per i servizi demografici e consente persino la redazione di autocertificazioni sostitutive che nemmeno richiedono l’erogazione di un PIN .

Oggi, se tutti avessero una buona alfabetizzazione informatica di base, si percepirebbe un migliore funzionamento della burocrazia e dello Stato in generale poiché le Pubbliche Amministrazioni hanno intrapreso la via della totale digitalizzazione ormai da tempo però, purtroppo, è stato commesso l’errore di ritenere tutta la popolazione in grado di utilizzare le tecnologie digitali messe a disposizione dai vari Enti. Il fallimento del digitale italiano, infatti, è sotto gli occhi di tutti e c’è ancora chi pretende di parlare di innovazione digitale alludendo alla nascita e alla diffusione delle startup.

Sia chiaro: anche la salumeria che apre sotto casa è (nel suo piccolo) una startup ma questa ha una probabilità di successo ben più alta di qualsiasi altra startup legata al digitale. Infatti, mentre la salumeria acquista automaticamente un parco di potenziali clienti residenti nello stesso quartiere, non altrettanto può dirsi per la startup che lancia un’app per la ricerca delle salumerie più economiche nei dintorni del punto di geolocalizzazione; se abito nel quartiere della nuova salumeria e so che questa ha iniziato a vendere da poco, è molto più facile che vada a far due passi per comprare della mortadella al negozio invece che perdere tempo a paragonare i prezzi di salumerie distanti fra loro diversi minuti di macchina. Oltre tutto, l’acquisto di un etto di mortadella non richiede il possesso del requisito del saper usare lo smartphone poiché entro nel negozio e compro, mentre l’app della startup m’inonda di informazioni che potrebbero persino farmi passare la voglia di comprare la mortadella (es.: la salumeria più economica e con i prodotti di qualità migliore dista 10 Km e devo necessariamente buttarmi nel traffico cittadino per raggiungerla).

Chi oggi parla di digitale alludendo allo sviluppo delle startup commette l’errore marchiano di dimenticare che:

  1. la popolazione italiana è vecchia e tende ad invecchiare di più;
  2. che la maggioranza di persone over 60 non ha dimestichezza con un PC fisso, figuriamoci con un dispositivo mobile;
  3. complessivamente, la popolazione italiana mostra una forma di analfabetismo informatico (come mostrato nel DESI) che le impedisce di comprendere il ruolo delle startup.

Nel nostro Paese è sempre mancato un buon programma formativo nelle materie scientifiche ed informatiche e, pertanto, chi si è spinto a sviscerare la brutta bestia dell’informatica, lo ha fatto solo e semplicemente da autodidatta, spinto dal desiderio di conoscenza che la scuola di un tempo sapeva stimolare. Non posso dimenticare la mia professoressa di matematica del triennio al Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci”: nonostante le risorse tecniche limitate dell’epoca (a cavallo fra fine anni ’80 e inizio ’90) e nonostante nulla prevedesse il programma, la prof. Canale ci fece fare alcune ore in laboratorio per darci qualche rudimento di DOS e Turbo Pascal – dovrei avere un floppy da 5.25” con il mio primo programmino da qualche parte. Oggi, invece, la scuola insegna più informatica che in passato ma lo fa in modo del tutto tassonomico, senza invogliare i giovani ad andare oltre l’insegnamento scolastico e, così, ci ritroviamo la fascia di popolazione più giovane che usa strumenti informatici in modo assolutamente meccanico, limitandosi all’uso dei software e servizi che consentono forme alternative di comunicazione fra coetanei.

Le lacune delle conoscenze informatiche della popolazione italiana saltano fuori quando capita qualcosa al di fuori di quegli schemi d’uso delle tecnologie e si sentono affermazioni come:

  • “Ho ricevuto un avviso di garanzia via e-mail perché ho scaricato un film. Ho aperto l’avviso e poi un messaggio della Guardia di Finanza mi ha bloccato il computer”
  • “Qualcuno mi ha rubato l’identità su Facebook e ha insultato i miei amici usando il mio nome e la mia foto”;
  • “Su Whatsapp ho partecipato ad una lotteria rispondendo con un SMS ad un numero e il mio credito è sceso a zero”;
  • “Ho messo like ad un post di Facebook in cui sorteggiavano tre iPhone che non potevano vendere perché usati in negozio”;
  • “Quando faccio una ricerca su Google poi mi appare una pagina che non è di Google”;
  • “Ho il computer guasto perché non riesco ad entrare in Facebook”;
  • “Ti mando i miei appunti via e-mail, sono 12 pagine” (poi arrivano 12 mail con un file .JPG ciascuna);
  • “Ho ricevuto una mail dalla Banca che mi diceva di reinserire la password del mio conto online perché avevano problemi con il mio conto corrente”.

Potrei scrivere centinaia di esempi del genere, tutti reali e tutti sentiti in Italia. Questi sono la chiara manifestazione della mancanza delle conoscenze di base delle dinamiche digitali presso gl’italiani.

Possibile che ci sia qualcuno che creda che gli avvisi di garanzia giungano via e-mail? Sì, possibile.

Possibile che qualcuno creda che si regalino iPhone del valore commerciale di almeno € 700,00 come se fossero caramelle? Sì, possibile.

Possibile che qualcuno identifichi Facebook come l’intero dominio informatico esistente? Sì, possibile.

Dunque, se nel 2017 la condizione italiana è questa, come possono i sedicenti innovatori avventurarsi nella promozione di nuovi servizi e prodotti informatici? Qualunque tentativo sarà un fallimento, non per la scarsa bontà del progetto quanto per la scarsa preparazione del pubblico potenzialmente destinatario di quei servizi e prodotti.

Chi vuol fare vera innovazione digitale, invece, deve partire dalle basi, dall’ABC dell’informatica, e non sparare direttamente in faccia servizi fantastici come SPiD, PEC, firma digitale e quant’altro, poiché sarebbe come regalare una Ferrari ad un dodicenne senza patente.

Matteo L. Riso

Avvocato del Foro di Reggio Calabria, studioso di diritto dell'informatica e delle nuove tecnologie; geek, programmatore, opinionista. Qualcuno sostiene che si tratti di una personalità complessa.

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