Leggo con molto interesse che – finalmente – qualcuno ha compreso che nei social network odierni (Facebook in primis) sussiste un problema di privacy ma, purtroppo, non tutti gli utenti sembrano dargli il giusto peso. Paul Adams, capo ricercatore per i servizi “social” di Google, ha illustrato un documento derivato da un ricerca condotta dal proprio staff in tema di reti sociali, teso ad indagare gli eventuali margini di miglioramento delle applicazioni sociali in rete.
I risultati sono alquanto sconcertanti e, dopo aver sfogliato ben 216 slides, si giunge alla considerazione che Facebook & c. non sono lo stato dell’arte in materia di reti sociali; queste possono essere migliorate e, pertanto, Adams sembra voler dire “attenzione: Google potrebbe apprendere dagli errori altrui e realizzare un social network migliore”.
La presentazione di Adams parte da un concetto di base: i social network sono una riproduzione approssimativa della vita di ciascuno di noi ma con alcune (evidenti) differenze e pecche: infatti, per come sono strutturati siti come Facebook, ogni utente si trascina dietro una massa di contatti che sono definiti “amici” impropriamente, dal momento che secondo i maggiori studi sui comportamenti sociali, “amico” è quella persona con cui si hanno relazioni pressoché costanti e quotidiane, mentre su Facebook si può giungere ad avere oltre 300 “amici” e magari sono solo persone con cui ci si è ritrovati dopo tanto tempo e, magari, ci si trova pure in città distanti – quindi con maggiori difficoltà relazionali.
